Recensione Scrittura Ribelle di Ella Marciello

Cavalieri Digitali

Scrittura ribelle

Come i libri, le review non sono tutte uguali. Alcune sono più semplici e fluiscono dalle dita alla tastiera quasi senza lasciare traccia. Altre sono, invece, molto più complesse e tormentate. Di solito, significa che il libro in questione è multisfaccettato, intenso, stracolmo di spunti interessanti.

“Scrittura ribelle” di Ella Marciello, uscito a febbraio 2022 per Hoepli, fa indubbiamente parte della seconda categoria.

Non è (solo) un manuale di scrittura. Certo, i consigli ci sono – tanti, utili, pratici – ma ridurlo a un saggio da studiare per migliorare la propria comunicazione sarebbe ingiusto e riduttivo.

Scrivere è la cosa più punk che ci sia

Cosa ci spinge a scrivere?

Perché la scrittura è un atto dall’animo profondamente punk?

Scrivere non è un magico dono, ma una questione di sudore, ricerca e consapevolezza. Se queste sono due delle domande di partenza, possiamo capire subito quanto il libro di Marciello sia consigliato a chi è pronto – o pronta – a farsi domande, scavarsi dentro, dedicarsi all’introspezione. Insomma, fare fatica. 

Più che un saggio, è un’avventura.

“Scrivere è trovare una sedia comoda dopo aver girato per settimane in un gigantesco universo labirintico Ikea, in cui ogni giorno è sabato e stanno facendo gli sconti. Scrivere è il passare delle cavallette attraverso percorsi obbligati, mai uguali per nessuno, nemmeno per te stesso.”

Marciello mette in parole quel profondo bisogno di creazione che accomuna chi decide, spesso durante l’infanzia o l’adolescenza, che vorrà vivere di scrittura. Quella necessità inarrestabile e pungolante di svuotare i pensieri lanciandoli su un pezzo di carta, prima in modo confuso e istintivo, poi cesellando e stupendosi davanti alle possibilità espressive a cui ci portano lo studio e la pratica.

La scrittura è un atto di ribellione, ed Ella Marciello ce lo ricorda ad ogni riga. Il modo in cui lo fa, però, è contemporaneo e rivoluzionario nella sua – apparente – semplicità: non impone dogmi, non lancia regole come frecce da un arco. Ci fa immergere nel mondo del punk, nei ricordi personali, nell’amore per la lettura e per il suono delle parole. Si fa accompagnare da Hemingway, Bukowski e Calvino, ma anche da Bradbury e dalle neuroscienze. 

Andando avanti ci scopriamo a mente nuda, desiderosi di continuare a leggere, di ribellarci anche noi, di leggere di più e scrivere meglio. Fa ciò che tutti vorremmo saper fare altrettanto bene: racconta.

La ribellione ha bisogno di pratica

“Scrittura ribelle” è tutto tranne che un saggio teorico. Ti agguanta, ti interpella senza sosta, ti aiuta a ritrovare la fiammella che chi lavora nella creatività conosce bene, ma poi ti mette davanti alla realtà: per essere creativi, dobbiamo creare. Quindi, perché non farlo subito?

Questo è un libro che si autodefinisce “anti manuale di scrittura creativa”, in cui – come è ovvio – l’archetipo del ribelle è preponderante. Il concetto di ribellione, una ribellione costruttiva e ricchissima di potenzialità, emerge sin dalle prime pagine.

Nessuno potrebbe pensare che questo sia un saggio qualsiasi, a partire dalla splendida introduzione di Paolo Iabichino fino alle pagine con gli esercizi e i decaloghi, rosse, chiassose, intense. Sono parole che vogliono prendere il loro spazio e lo fanno senza preoccuparsi di cosa potrebbero pensare gli altri.

Quelle pagine rosse – ma non solo – di cui sopra sono lì per un motivo: stimolarci alla ribellione nel suo significato più creativo. Alla fine di ogni capitolo troviamo decaloghi, eserciziari, spunti per ripensare alla scrittura – forse anche un po’ a noi come persone – in modo diverso.

Se solo fossimo tutti un po’ più punk

Quando si chiude l’ultima pagina di “Scrittura ribelle”, le sensazioni che si provano sono tante.

Si vorrebbe che ci fosse ancora qualche pagina.

C’è un fortissimo desiderio di riscrivere qualsiasi cosa che sia mai passata sotto la nostra tastiera.

E poi c’è quella piccola vocina, magari appena nata, o magari un po’ più forte di prima, che smania, un po’ perché non vede l’ora di sperimentare in quanti altri modi si può essere ribelli mentre si scrive, un po’ perché inizia a sognare un mondo in cui siamo tutti un po’ più punk.