Il ritorno alle origini dei social network

Se vi soffermate a pensare alla definizione di “social network”, cosa inusuale per una terminologia ormai entrata nel linguaggio quotidiano di tutti noi, scoprirete che la traduzione letterale in italiano è “rete sociale”.

Lo slogan del social network per eccellenza, Facebook, recita: “Facebook aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita”. Sebbene esistessero già altre applicazioni che ci consentivano di rimanere in contatto con persone distanti da noi (ogni riferimento a Windows Live Messenger è puramente voluto e nostalgico) Facebook entrò prepotentemente nelle nostre vite rivoluzionando il concetto stesso di comunità: per la prima volta, le persone potevano condividere – non solo messaggi di testo, ma foto e video, strumenti assai più potenti per mostrare la vita di una persona; notizie, non più fruite consultando un freddo ed impersonale sito Web, ma la bacheca di un nostro contatto.

Oggi le piattaforme social hanno scopi ed utilizzi che hanno quasi messo in secondo piano l’intenzione con cui sono nati: sono soprattutto strumenti potentissimi di mercato, dove le aziende sfruttano la base costituita da centinaia di milioni di utenti per vendere i propri prodotti o servizi e stringono collaborazioni con personaggi dal vastissimo seguito (sì, parlo degli “influencers”) per far conoscere il proprio brand. La connessione immediata ed in tempo reale con i nostri contatti è talmente scontata che risulta quasi superflua da rimarcare.

E allora serviva un evento straordinario come la più grande pandemia degli ultimi cento anni per farci riscoprire la natura che sta alla base delle piattaforme social: tenerci in contatto.

Stiamo vivendo una situazione sociale, economica e culturale che verrà trattata negli annali storiografici ed avrà conseguenze significative per il futuro del mondo: tutte le nazioni stanno via via adottando misure sempre più restrittive di distanziamento sociale per combattere un nemico invisibile e che sta obbligando il mondo a fermarsi: le attività della nostra routine quotidiana, sia lavorative che ricreative, passano in secondo piano davanti alla necessità di salvaguardare la vita umana.

Ci riscopriamo costretti a limitare (fin quasi ad azzerare) i nostri spostamenti, a non poter incontrare gli amici di una vita o a rimanere forzatamente distanti dai nostri familiari. 

Tutto ciò che determina la nostra vita all’infuori delle mura domestiche o aziendali è stato congelato, messo in standby, nella speranza che tutto ciò si risolva il prima possibile e di poter tornare alla vita di tutti i giorni. Perchè nonostante i danni economici che soffriremo saranno sicuramente ingenti, la prospettiva che più ci fa paura è quella della solitudine: il ritrovarsi umanamente inermi e incapaci di fronteggiare l’idea di dover trascorrere settimane, se non mesi, chiusi in una casa che può diventare una prigione.

Ci affidiamo ai social per evadere da questa clausura obbligata e rimanere in contatto con gli altri: che sia una videochiamata su WhatsApp con gli amici o parenti lontani per una merenda virtuale, una diretta su Instagram per fare due chiacchiere col proprio pubblico, o una videoconferenza su Skype per offrire formazione sui più svariati ambiti. Qualunque sia la motivazione, il comune denominatore è sempre lo stesso: sentirsi vicini al prossimo.

Le piattaforme social hanno contribuito a creare la comunità digitale in cui viviamo oggi; un risvolto di quello che, già nel lontano 1964, Marshall McLuhan definì come “villaggio globale”, dove le distanze tra le persone sono virtualmente inesistenti. E in questo momento di grande difficoltà, stiamo ripensando (o meglio, riscoprendo) i social network proprio per lo scopo per cui sono nati: abbattere le distanze, tenere unite le persone, far sì che nessuno debba affrontare tutto questo da solo.