Questione di dettagli: dai intensità ai tuoi testi

Mio nipote Marco ha cinque anni ed è un bambino estremamente sveglio. Da qualche mese ha iniziato a portare dei simpatici occhiali neri con le asticelle bianche che lo aiutano a vederci meglio, e devo ammettere che gli conferiscono un’aria ancor più intelligente. Questa novità degli occhiali l’ha reso anche più responsabile. Dribbla l’irruenza della sorellina giocherellona con l’agilità di un ninja, e ogni sera, prima di andare a letto, ripiega e mette al sicuro i suoi occhiali da vero ometto. Mi piace scanzonarlo chiamandolo “Professore!”. Lui se la ride, ma che abbia molto da insegnarmi io lo penso per davvero.

Per festeggiare il suo ultimo compleanno ha scelto una golosissima torta setteveli con su una foto del maghetto Harry Potter. Non so se sia per via degli occhiali tondi o della magia, fatto sta che ne va matto.

Vengo al punto. Voglio dimostrare che raccontare significa concedere a chi legge (o ascolta) il lusso di immaginare. Significa solleticare le emozioni più istintive, che trovano sempre il modo di venire a galla aggrappandosi alle parole. Siamo per natura affascinati dalle storie e ingordi di dettagli. Forse è questo il motivo per cui non ricordare un sogno al mattino ci dà il tormento.

Se lavori con le parole, il tuo obiettivo è lasciare il segno, e per rendere magnetica la tua scrittura creativa, è essenziale non sottovalutare mai la potenza della descrizione. C’è un motivo per cui di un libro (o film), capita di ricordare perfettamente un passo o una scena in particolare: è una questione di dettagli. Quando racconti qualcosa – non conta se sia vera o frutto della fantasia, conta quanto per te sia reale – devi far leva sulla capacità evocativa delle parole, far sì che prendano vita e coinvolgano più sensi nel corso della lettura. 

Ti faccio un altro esempio. 

Se tu amassi la montagna d’inverno, se l’amassi per davvero, non ti limiteresti a dire solamente che la trovi bella.

Scommetto che se trovassi le parole, le useresti per descrivere la sensazione di libertà che provi quando arrivi in cima, quando il sole picchia duro contro la neve che se ne infischia, e tu respiri a pieni polmoni l’aria tagliente che raschia via il cemento, e alle lunghe code d’attesa non ci pensi proprio più. Mi diresti tutto d’un fiato che per te il bianco è il colore della libertà, bianco che non vedi altro intorno, bianco, come la neve!

Questo è l’ultimo, giuro.

“Comunque il tram lustro sul quale salii faceva capolinea a Frogner, ed era molto affollato. La primissima cosa su cui posai lo sguardo era una curiosa ragazza in piedi nel corridoio, con un grosso sacchetto di carta pieno fino all’orlo di arance succose. Indossava una vecchia giacca a vento arancione, e ricordo che pensai che l’involto che teneva stretto a sé era così grande e pesante che avrebbe potuto caderle da un momento all’altro. […]Era più bassa di me di una decina di centimetri, aveva lunghi capelli scuri e occhi castani, e doveva avere diciannove anni come me. […] Il suo sorriso aveva fatto comparire un paio di fossette sulle guance e, anche se non per questo motivo, pensai che ricordava uno scoiattolo, almeno per la sua dolcezza.” (La ragazza delle arance, Jostein Gaarder).

Con una lettera, un padre racconta al figlio il primo incontro con la misteriosa ragazza delle arance. Si tratta di una lettera vergine, che il lettore ha il privilegio di aprire insieme al protagonista. Scoprire la storia di questa ragazza e delle sue arance diventa quasi un’ossessione. La minuziosità delle informazioni puramente descrittive, seminate come indizi all’interno delle pagine, rendono la lettura famelica e coinvolgente.

Ma torniamo a noi. Se hai immaginato gli occhiali rotondi di un bambino con un sorriso puntellato da due fossette, il panorama innevato dalla cima della montagna, o se ti è bastato un piccolo assaggio per vedere su un tram affollato la sagoma di una ragazza con un sacchetto pieno di arance, la mia caccia al tesoro è andata a buon fine. Ho trovato le parole giuste per catturare l’attenzione.

Suppongo tu ti aspetta a questo punto – come darti torto – una qualche ricetta per migliorare il tuo stile narrativo. Sarò onesta con te. Non esiste nessuna regola o formula segreta, ma solo una grande comprovata ovvietà: più dettagli fornisci, più intensità darai ai tuoi tuoi testi.

Tenere lo specchio della narrazione, lasciando intravedere il suo riflesso a nostro piacimento, richiede allenamento. 

La più grande difficoltà che potresti riscontrare approcciandoti ad un testo creativo, è il famigerato blocco dello scrittore. 

Se non trovi le parole devi prima di tutto fare chiarezza dentro di te: è un problema legato ad un’indisposizione del momento (tu chiamala se vuoi, ispirazione) o all’incompetenza verso l’argomento trattato? 

Quest’ultimo ostacolo può facilmente essere superato con un adeguato approfondimento. Ricorda che lo scrittore può essere un dottore (senza aver mai frequentato la facoltà di Medicina), un allevatore di bachi da seta (senza aver mai visto un gelso) o una pattinatrice (anche in assenza di equilibrio). Può vivere milioni di volte finché ha carta e penna. Deve sapere come si cambia una ruota senza averlo mai fatto davvero, o fare una torta a tre strati senza aver mai messo piede in cucina.

Se invece il tuo cruccio riguarda il primo caso, ecco alcuni accorgimenti

Inizia dal prendere buone abitudini, come leggere frequentemente per lasciarti ispirare dallo stile dei tuoi scrittori preferiti e sottolineare con una matita i vocaboli di cui non conosci il significato e cercali sul vocabolario per ampliare il tuo lessico. 

Consulta il Dizionario dei sinonimi e contrari, il Dizionario delle collocazioni, non aver timore di giocare con le metafore e le similitudini. Esercitati con gli oggetti che hai a portata di sguardo. È l’incanto che rende la tua penna preferita grigia metallizzata come una pentola a pressione, con l’inchiostro che ribolle (e la carta è quasi cotta), o lo schermo del tuo vecchio pc un ventaglio a sonagli che ti ipnotizza a tarda notte e quando s’impalla ti manda in confusione. 

Il tuo vero potere, mio caro scrittore, è il pieno controllo dell’immaginazione!